Diario di un debutto 2/L'ombelico

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Tecnicamente, e letteralmente, è “una depressione tondeggiante situata al centro della parete addominale anteriore”. In senso figurato, invece, è il punto mediano. Il centro, diciamo.

L’ombelico.

Il centro del tutto.

Qui dicono che Rieti sia addirittura l’ombelico d’Italia. Dicono che lo dicevano gli antichi romani, e che questo è geograficamente il punto mediano del nostro così tormentato paese. Per affermarlo con decisione, senza timore di smentita, hanno anche ancorato una specie di ombelico gigante in marmo (quello su cui vedete Neri Marcorè in posa plastica) in una piazza che, quando ci passiamo la sera di ritorno da Tito (il nostro straordinario covo teatral-culinario), è sempre deserta. E piena di fascino.

E’ una cosa che ignoravo, e non so perché mi è rimasta impressa in modo forse ingiustificatamente superiore al tempo medio di permanenza che dovrebbe avere un’informazione del genere quando passa in una mente normale. Ma è una fissazione che ho da quand’ero piccolo, e che mi porta a sgranare gli occhi ogni volta che mi raccontano di un luogo dove c’è un “pezzo unico”, una “prima cosa in assoluto”, o “la più non-so-che delle cose”. La prima camelia d’Europa nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta. La più grande chiesa in legno del mondo, a Savonlinna, in Finlandia. O, per tornare alle metafore geografiche, Usuhaia, nella Terra del Fuoco argentina: “la fine del mondo”, la città più meridionale del pianeta.

Stavolta, nella quiete di questa deliziosa Rieti, è toccato all’ombelico d’Italia.

E l’ombelico mi è rimasto in testa. O forse nell’ombelico. Dev’essere per questo che al ritorno a casa, mentre accendevo il fuoco per un momento ormai rituale che appartiene a me, a Francesca (che è sempre Francesca Zanni, l’imprevedibile regista di LO’VE FLY MOOD) e alla sua aiuto regista Michela, io mi sono fermato un attimo, incantato come sempre dal fascino delle fiamme (“tra fiamme di macerie che ti attraversano gli occhi” – Pioggia di Stelle, Rick Moody), e mi sono fatto passare davanti agli occhi, in rapida successione, quelli che sono da sempre i miei ombelichi musicali. Quelli che, nel turbinio di musicisti che uno nella vita prende e lascia con ritmo intermittente, restano sempre.

Loro ci sono sempre.

Fausto Mesolella, il mio ombelico della chitarra. Suzanne Vega, il mio ombelico della scrittura, Michael Hedges, il mio ombelico della musica intesa come unico e perfetto momento di comunione con se stessi. David Crosby, il mio ombelico del momento onirico-creativo. Ani DiFranco, il mio ombelico del folk che diventa ritmo ed energia.

Forse è giusto così. E’ giusto che, in questi giorni, il mio pensiero vada proprio a loro.

Perché so già che domenica, su quel palco, mi dovrò portare tutti i miei ombelichi. Per essere sicuro di essere nel centro perfetto.

Al posto giusto.

Stay tuned!!

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