IL MUCCHIO (intervista)

Ha un respiro decisamente newyorkese, il debutto discografico del casertano Valerio Piccolo. Traduttore italiano delle poesie di Suzanne Vega (per minimum fax), Piccolo è di casa al Greenwich Village. Il suo album “Manhattan Sessions” (Filibusta/Goodfellas), è stato prodotto da Mike Visceglia, musical director di Suzanne Vega. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato.

Inevitabile partire da Suzanne Vega, la tua mentore. Parlaci di come l´hai conosciuta.

È cominciato nel 2000. Lavoravo come traduttore per la minimum fax, e Marco Cassini (fondatore e capo editore) acquistò i diritti del libro di Suzanne. Fu affidata a me la traduzione. Uscito il libro, "Solitude Standing", ci presentammo da lei durante un concerto a Napoli, e tra noi ci fu immediatamente feeling. Dopo invitammo Suzanne in Italia per la promozione del libro, e da lì in poi siamo andati in "tour" a più riprese (circa 30 date nel giro di 4 anni) con uno spettacolo-format a metà tra il concerto e il reading, con una serie di scambi linguistici fatti di poesie, gag e racconti semiseri. Minimum fax ha filmato la data romana per farne un cofanetto libro + DVD curato da me, "Giri di parole".

Spesso capita che entrare in contatto diretto con un nostro idolo provoca frustrazione e delusione. Nel tuo caso pare proprio non sia andata così, vero?

Verissimo. Ho avuto la fortuna di conoscere una bellissima persona, nient´affatto "diva", che ha condiviso con me pensieri e parole, e che non ha esitato a darmi una mano nel momento in cui sono uscito allo scoperto come cantautore. Grazie alle conversazioni con lei ho appreso una miriade di cose preziose sul metodo di scrittura.

Sei originario di una città del Sud, Caserta. Com´è avvenuto il tuo avvicinamento alle metropoli? Senti ogni tanto la mancanza della provincia? 

L´ho presa un po´ "larga", ci ho messo pure un bell´annetto a Mosca. La lunga "fuga" è cominciata a 22 anni, e mi ha portato a Roma poco più di 10 anni fa. Roma mi ha dato tutte le possibilità di esprimermi, e per questo la considero la mia vera città. La "patria" non è quella che ti dà i natali, ma quella che ti permette di essere te stesso fino in fondo. Pur essendo ovviamente legato a Caserta (ma ammetto di non sentirne molto spesso la mancanza), sarò sempre in debito con Roma.

Fai la spola tra Roma e New York. Come funziona quest´alchimia?

È un´alchimia che funziona perché alimentata dall´amore. Amo New York quanto amo Roma, sono state due città molto accoglienti con me, hanno allargato le braccia senza farmi sentire un estraneo. A Roma vivo benissimo, ma se per un po´ non vado a New York comincio a sentirne la mancanza. New York musicalmente mi ha dato tutto: i musicisti, l´amico/produttore. I musicisti non ragionano per compartimenti stagni e vengono a suonare con te anche solo perché gli piace quello che fai.

Il disco vanta la produzione artistica di Mike Visceglia, lo storico musical director della Vega da un quarto di secolo. Diciamo che sei andato sul sicuro. In sua mancanza, alle cure di chi ti saresti affidato?

Su questo ho le idee molto chiare. Ti posso dare una risposta doppia, e due nomi. Massimo Roccaforte è una persona a cui so di poter affidare qualsiasi mio pezzo, perché me lo renderà sempre migliore. Da sempre, però, c´è una persona a cui sogno di affidare interamente un mio progetto, perché so che ne capirebbe anche le più imperscrutabili sfumature. È un amico, è di Caserta, ed è uno scrupoloso e accoratissimo produttore. È Fausto Mesolella, ed è da sempre la colonna sonora della mia vita.

Nel tuo orizzonte cantautorale, ci sono altri artisti verso i quali ti senti stilisticamente debitore?

Musicalmente so da dove arrivano certi momenti delle mie canzoni. Magari non sono note, armonie, passaggi, ma più che altro atmosfere, però io so che ci sono pezzettini qua e là di David Crosby, Ani DiFranco, Michael Hedges, e anche tanta di quella geniale semplicità che appartiene a un grande chitarrista che risponde al nome di Fausto Mesolella. Per quanto riguarda la scrittura, a parte Suzanne non credo di avere altri debiti. Credo di aver trovato una mia strada "di scrittore".

Il tuo disco d´esordio è suonato da musicisti prevalentemente stranieri. Perché?

La genesi del disco è targata USA. Da lì è arrivata gran parte dell´ispirazione, e da lì, soprattutto, arriva Mike Visceglia. Un amico, innanzitutto, e poi un grande musicista, che ha dimostrato di credere in me fin dall´inizio. Il disco è stato registrato in due diverse "session" a New York, e 9 delle 10 canzoni sono state interamente suonate lì. Ed è stato Mike, ovviamente, a "reclutare" la band in loco (inutile dire che su questo aveva carta bianca...).

I pochi italiani sono davvero buoni. "La chiave del regno" è una (tua) traduzione da Suzanne con musica di Massimo Roccaforte, uno dei momenti più belli del disco. Si avvale dell´accompagnamento agli archi di Gionata e Andrea Costa. Com´è nato questo pezzo e come sei entrato in contatto con i musicisti coinvolti?

Sono d´accordo con te nel definirlo uno dei momenti più belli del disco. Il mio legame con Massimo (che mi era stato presentato proprio da Mike Visceglia) qualche mese fa è diventato molto più stretto. Avevo deciso di prendere una poesia di Suzanne e di provare a musicarla e lui mi ha detto: perché non la scriviamo insieme? Il complimento più emozionante che ho ricevuto da quando ho cominciato questa avventura musicale. Massimo ha poi fatto sentire il pezzo ai suoi amici Gionata e Andrea, i quali hanno accettato entusiasti di aggiungere la loro "firma". Oggi, Massimo è pronto a impreziosire con la sua presenza anche il progetto live.

A proposito, com´è che proponi dal vivo il tuo repertorio? Utilizzi anche il reading?

Il discorso live, che è nato molto prima, ha una strada tutta sua, diversa da quella del disco. Attualmente la formazione "base" è in duo con un polistrumentista romano, Fabio Bettini, che alterna basso fretless, tastiere e flauto traverso. Io ci metto un bel po’ di effetti e la mia loop station, che tanto mi diverte. Il duo all´occorrenza diventa trio (con Roccaforte) o quartetto (con il batterista Mauro Munzi). Un´atmosfera ovviamente soft e intima. I reading sono parte integrante dello spettacolo. Con Suzanne ho imparato la lezione, e credo molto nella fusione di parole cantate e parole recitate. Ho almeno 4-5 momenti di letture: ci sono i momenti in cui metto in loop il finale di una canzone, e leggo metriche per lo più di musicisti (poesie di Suzanne o Ani DiFranco, canzoni tradotte di Dylan, Young, Crosby), e ci sono momenti in cui leggo raccontini semiseri di autori italiani e non (da Veronesi a Woody Allen), con una selezione curata da mio cugino Francesco Piccolo (scrittore e scenaggiatore per Moretti, Soldini, Virzì, Ndr). I tempi sono scientifici, quasi teatrali. E in fondo i piccoli teatri sono la cornice che più mi si addice.

<!--EndFragment-->

 

<!--EndFragment-->