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SUONO NELL'ARIA - Diario di un EP 5/ Track 4. Verde

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Continuare idealmente la vibrazione degli archi, del violino e del violoncello. Fare in modo che echeggino nella mente di chi ascolta. Prolungare le ultime note in un ideale, perpetuo delay. Deve restare qualcosa, un indizio, una scia, uno spunto. Un sentiero che estende il percorso. Un filo che lega, che unisce. Che resta teso. Fino alla prossima canzone.

E’ con questa idea di fondo, sostanzialmente, che ho posizionato “Verde” come quarta e ultima traccia del mio EP. Perché, sostanzialmente, mentre chiude questo progetto vi dice anche dove ho intenzione di andare. Musicalmente parlando. E vi dice anche con chi avrò a che fare nel mio prossimo futuro. Musicalmente parlando. Suggestioni sonore che indicano una strada. Che accennano quello che succederà.

In fondo io li ho sempre visti così, gli ultimi pezzi di un disco. EP, LP, poco importa: è dell’ultima canzone che sto parlando. L’ultima traccia - quella che un tempo era l’ultima porzione di vinile al di là dell’ultimo solco - per me non è mai un addio, ma più un arrivederci. Un preludio travestito da epilogo. Una fine che sa di inizio. Il testimone che passi allo staffettista successivo, lanciandolo verso un nuovo tratto di corsa che lo avvicini al traguardo.

Ecco, “Verde” è così. Per me, almeno. “Verde” suggerisce. Lancia. Ipotizza uno scenario musicale. Congiunge il presente al futuro che ho già in mente, ma che voi ancora non conoscete.

“Verde” è nata all’improvviso, in uno di quei giorni difficili in cui ti sembra – o forse è -impossibile raggiungere ogni cosa, ogni persona. E allora ti senti fermo, ingabbiato, costretto a guardare tutto da lontano. E da lì non vedi che schiene, spalle, nuche, il retro delle cose. Lontane, intoccabili. E’ nata – me lo ricordo – per metà appuntata sul mio Blackberry, che ogni tanto, in questo mondo moderno, sostituisce il taccuino nel “manuale del perfetto compositore bohemienne”.

Il verde è un colore a cui sono sempre stato molto legato. E che è spuntato più volte, nel mio percorso di questo strano, variegato ultimo anno. Arrivava a sorpresa, quando meno me l’aspettavo. E quasi sempre portava carezze, ispirazione, immagini morbide. Così me lo sono tenuto con me, sapendo che prima o poi sarebbe stato parte di una canzone. Questo colore che, classicamente, ha il gusto della speranza.

E morbida è anche la cornice in cui Massimo Roccaforte ha racchiuso questo pezzo. Convocando, per l’ultima partita, la squadra a cui tiene di più. La squadra del recente passato, amalgamata con quella dell’immediato futuro. Ci sono Gionata e Andrea Costa, le meravigliose corde dei Quintorigo, già miei compagni d’avventura ai tempi di LO’VE FLY MOOD. E poi c’è Puccio Panettieri, l’ultimo acquisto della band, la cui delicatezza ritmica in questo pezzo si esprime in tutta la sua eleganza.

Poi a un certo punto arriva anche una tromba, insieme a una sordina. Sono entrambe di Tommaso Galati, che assieme a Massimo Roccaforte è stato il collante sonoro (ed emotivo) di tutto questo EP. Ed è a lui che va la mia infinita riconoscenza.

Ed è a tutti voi che mi siete stati vicini, e che ascolterete queste quattro canzoni, che dedico quest’ultimo post.

Domani è il gran giorno. Il ballo dei debuttanti.

E con la traccia numero 4, per ora, vi do il mio saluto.

Ma ovviamente non è un addio.

Arrivederci, certo.

Al prossimo disco.

Stay tuned!!

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