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Diario di un debutto 1/L'attesa

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E’ una cosa che amo più del momento stesso.

L’attesa.

Tutto quello che precede il momento, l’evento, l’ora X. L’attimo.

E’ stato sempre così, anche quando giocavo (non ridete) a pallacanestro… e i puristi del teatro mi passeranno questo accostamento: più della partita in sé – che pure era un intenso flusso di piccola, grande esaltazione agonistico-sensoriale – amavo il “prima”, tutto quello che precedeva il flusso stesso. Il pullman, la trasferta, entrare nel palazzetto quando è vuoto e sentire le scarpette che cinguettano sul parquet, lo stretching per preparare i muscoli…

Così è anche con la musica, con gli spettacoli. Sempre.

Il sound check… l’attesa nei club di Roma, nei locali degli amici di Caserta… la “trasferta”, quando sei in macchina col tuo compare di palco e parti da Roma per arrivare da Roma a Caulonia Marina, in provincia di Reggio Calabria, il 22 dicembre, e il tempo non vola per niente… 

Così è, inevitabilmente, anche qui, in questo meraviglioso teatro di Rieti dove si allestisce la nostra nuova creatura, LO’VE FLY MOOD.

La sola idea di venire qui 5 giorni prima del debutto mi aveva già regalato lo splendido umore di un bambino a cui hanno promesso 5 giorni in un luna park. Figuriamoci adesso, che ci sono davvero, in questo elegante parco giochi, e che mi diverto a fare qualsiasi cosa!

Del resto, che c’è di più bello che stare a guardare Francesca, la “tua” regista, che pazientemente sceglie luce per luce, posa per posa, colore per colore, calore per calore… o cercare di capire che acustica ci potrà mai essere, in un posto così… o metterti sul fondo della scena e provare nuovi accordi… o suonare per Francesca e per Neri, in acustico, i pezzi che faremo poi con Massimo e i favolosi Gionata e Andrea…

E il camerino, poi… bè, il camerino è indubbiamente lo spogliatoio di un palasport, no? La camicia di scena è la canottiera col numero 7, il silenzio è quello della tensione, e riscaldare la chitarra e le mani con gesti rituali è come farsi le fasciature alle deboli caviglie, sempre le stesse, partita dopo partita…

Mi ricordo che una volta mi capitò di intervistare Suzanne Vega, e che sorrisi quando lei raccontò quanto amasse il momento che precedeva il suo ingresso in scena. Per lei era una parentesi di intimità, che amava prolungare in solitudine, sostando allo specchio con il suo make-up.

L’attesa. E’ più bella. Dura di più.

Il concerto è un attimo. La partita è un attimo. Puf… spariti!

L’attesa vince. E’ più forte. Spacca. “Waiting rocks!”, direbbero gli americani.

Che cosa mi attende, da qui a domenica?

Stay tuned!

v

 

 

 

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